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Published: Febbraio 13, 2023

Lana di salamandra: Marco Polo svela il mistero amianto 

Uno dei tanti termini usati per indicare l’amianto è “Lana di salamandra”. Ciò si deve a certe similitudini riscontrate fra il minerale e l’animale. Marco Polo svelò il mistero. 

Lana di salamandra: la descrizione di Plinio 

Lana di salamandra è uno dei nomi con cui viene designato l’amianto. Perché vi chiederete? Ebbene, questo anfibio ha delle caratteristiche molto simili a quelle del famigerato minerale.

Gli antichi celti pensavano che vivesse nel fuoco e lo assimilavano all'elemento. Ecco come descrive l'animale Plinio il Vecchio (79 d.C) nella sua Storia Naturale:

«La salamandra è un animale della forma di una lucertola, con un disegno a forma di stella. Non esce mai se non durante forti piogge, e scompare quando il cielo si fa sereno. In questo animale è inerente un freddo così intenso, che per il suo semplice contatto il fuoco si spegnerà, non altrimenti che per l'azione del ghiaccio».

Sfatiamo il primo mito sulla lana di salamandra

La pelle umida di questi anfibi li rende estremamente vulnerabili non solo alle fonti di calore, ma anche al disseccamento dovuto alla lontananza dall'acqua o da luoghi umidi.

Il nomesalamandra" viene probabilmente dall'Asia. L’arabo persiano lo indica come samandal samandar, samaidar e il persiano come silamandirä, che significa "veleno interiore".

La correlazione tra il fuoco e il veleno

L’associazione con il fuoco era anche comprovata dall'infiammazione provocata dal veleno di questi animali.

Plinio sosteneva infatti «il muco lattiginoso che esce dalla sua bocca, qualunque parte del corpo umano tocchi, fa cadere tutti i peli. Ciò è dimostrato dall'acqua e dai frutti che, quando vengono toccati, diventano dannosi e di solito hanno un effetto mortale».

Ciò in realtà si deve alle loro ghiandole cutanee, che possono secernere una sostanza irritante per le mucose e probabilmente, la strana comparsa di macchie bianche era attribuibile alla vitiligine.

Testimonianza di Eliano sulla lana di salamandra 

Anche il filosofo e scrittore romano Claudio Eliano (165/170 d.C circa – 235 d.C ) confermava le tesi di Plinio. Nel compendio “Sulla natura degli animali” dice  «finché i loro fuochi divampano luminosi e promuovono il loro lavoro, non prestano attenzione a questa creatura. Ma quando i fuochi si spengono e si estinguono, e il mantice suona invano, si accorgono della reazione dell'animale. Quindi lo rintracciano e si vendicano su di esso. Allora il fuoco si alza di nuovo, e assiste il loro lavoro».

In un altro passaggio della stessa opera afferma che il maiale, quando deglutisce una salamandra, non la ferisce, mentre gli uomini che mangiano la sua carne muoiono avvelenati.

Eliano e Plinio, due narrazioni simili

Stessa descrizione era stata fornita sempre da Plinio.

«Quelli in Panfilia e nelle parti montuose della Cilicia che mangiano un cinghiale dopo che ha divorato una salamandra moriranno, poiché il pericolo del veleno non è affatto indicato nell'odore o nel sapore della carne; l'acqua e il vino in cui è perita una salamandra, anche se ha solo bevuto la bevanda, avranno anch'essi un effetto mortale». 

La salamandra non è in grado di spegnere il fuoco

Nel libro XXIX, Plinio parla dei rimedi contro l’animale ma il punto più interessante quando sostiene «se fosse vera l'affermazione dei Magi, che l'animale è utile alle conflagrazioni, poiché è l'unica creatura in grado di spegnere il fuoco, questa esperienza sarebbe stata fatta molto tempo fa a Roma».

Ma chi erano i Magi autori di tale superstizione? Plinio si riferiva ai Magi persiani, sacerdoti dello zoroastrismo e delle prime religioni degli iraniani occidentali. Furono loro e esportare la cadenza nel mondo antico, con la diffusione del culto mitraico a Roma.

Antiche fonti sulle principali caratteristiche

Plinio ed Eliano avrebbero attinto, quale fonte del loro sapere sulla salamandra, al Physiologus alessandrino, una piccola opera redatta ad Alessandria d'Egitto, probabilmente in ambiente gnostico, tra il II e il III secolo d.C. da autore ignoto.

Il Physiologus (cap. 31) affermava che la salamandra «può entrare in una stufa a fuoco spegnere l’abete».

Questo lascia intendere che in Egitto già nel I o II secolo, si conoscessero alcune caratteristiche di questa creatura, ma anche dell’amianto.

Lana di salamandra e il nesso con l’amianto

Sempre il Physiologus (cap. 7) racconta la leggenda della fenice che bruciava nel Tempio del Sole a Eliopoli, «come il giorno dopo dalle ceneri sorge un verme, che si sviluppa il secondo giorno in un giovane uccello, fino al terzo, la stessa fenice ne esce nella sua forma precedente».

Questa nozione fu utilizzata in seguito (nell’antichità classica) per spiegare le origini dell’amianto e le similitudini con la fenice e con la salamandra, dal momento che tutti e tre sembravano resistere bene alle alte temperature.

In realtà il Physiologus non contiene alcun riferimento all’amianto. Il primo testo che sottolinea tale associazione è il Cyranides, un trattato tardo greco di magia e medicina, scritto tra il 227 e il 400. Qui tuttavia non si menziona ancora il tessuto ignifugo filato dal pelo dell'animale. 

Amianto, fenice e salamandra: sempre più assimilati 

Il naturalista egiziano Al-Damiri (1344-1405), nel suo Hayät al-hoyawctn, indica la fenice con il termine “salamandra” e la descrive come un animale simile una volpe o una martora.

«Samandal è un certo uccello che mangia una pianta trovata nella terra della Cina, dove è commestibile. Quando è secca, diventa una specie di cibo per il popolo cinese senza alcun effetto dannoso su di esso. Ma se viene portato via dalla Cina, anche a una distanza di cento cubiti, e viene poi mangiato, chi ne mangia muore istantaneamente».

Assimila altresì i due animali all’amianto. Probabilmente, la pianta di cui parla è il phanix, una pianta dell’India, chiamata dai nativi ssemezada

A sostenerlo il De Lutetia, un testo che in realtà fa capire che il consumo di questa pianta non avvenisse in Cina, come afferma erroneamente Al- Damiri, ma in uno stato di confine della regione himalayana dell'India settentrionale. Anche la fenice di cui parla Al-Dimiri sarebbe un uccello indiano.

Amianto: il minerale proviene da una roccia

Torniamo sulla questione amianto. Plinio credeva che il minerale provenisse dai deserti dell’India. Qui, sotto i raggi cocenti del sole tropicale e tra numerosi serpenti mortali, acquistava la proprietà di resistere al fuoco. Ierocle, uno scrittore greco del VI secolo d.C., affermava che i brahmani dell'India usavano indumenti fatti di fibre di pietre morbide e simili alla pelle.

La peculiarità di questi indumenti era che «nessun fuoco brucia o acqua purifica. Quando i loro vestiti si sporcano, vengono gettati in un fuoco ardente e ne escono completamente bianchi». Ancora però non era chiaro il nesso fra animale e minerale.

Marco Polo: primi passi verso la conoscenza 

La lacuna circa la presunta origine dell’amianto è colmata dai registri dei cinesi. Marco Polo fu il primo a frantumare la superstizione europea. Egli usa la parola "salamandra" per indicare le fibre di amianto, ma solo dal punto di vista etimologico.

«In una montagna della provincia di Chingintalas c'è una vena, della sostanza di cui è fatta la salamandra.  A dire il vero, la salamandra non è una bestia, come sostengono dalle nostre parti del mondo, ma è una sostanza che si trova nella terra; e ve ne parlerò. Dovete essere consapevoli che non può essere la natura di nessun animale vivere nel fuoco, visto che ogni animale è composto da tutti e quattro gli elementi». 

La testimonianza storica di Marco Polo

«Ora io, Marco Polo, avevo un conoscente turco di nome Zurficar, ed era un tipo molto intelligente. E questo Turco raccontò a messer Marco Polo come aveva vissuto tre anni in quella regione per conto del Gran Kaan, per procurargli quelle Salamandre. Ha detto che il modo in cui li hanno ottenuti è stato scavando in quella montagna finché non hanno trovato una certa vena.

La sostanza di questa vena fu quindi presa e schiacciata, e quando così trattata, si divide per così dire in fibre di lana, che si mettono ad asciugare. Una volta asciutte, queste fibre venivano pestate in un grande mortaio di rame, e poi lavate, in modo da togliere tutta la terra e lasciare solo le fibre come fibre di lana. Questi sono stati poi filati e trasformati in tovaglioli. Quando sono realizzati, questi tovaglioli non sono molto bianchi, ma mettendoli per un po' nel fuoco escono bianchi come la neve.

E così di nuovo ogni volta che si sporcano vengono sbiancati mettendoli nel fuoco. Ora questa, e nient'altro, è la verità sulla Salamandra. Qualsiasi altro resoconto sulla questione è favolosa assurdità. E posso aggiungere che hanno a Roma un tovagliolo fatto di questa stoffa , che il Gran Kaan ha inviato al Papa per fare un involucro per il Santo Sudario di Gesù Cristo». 

Mistero svelato!

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